El cantaor José del Calli interpretando una seguiriya en un espectáculo de cante jondo en directo en el tablao Cardamomo de Madrid

La seguiriya: il cante più profondo del flamenco

Se il flamenco avesse un fondo, un punto oltre il quale non si può scendere più, lì ci sarebbe la seguiriya. È il cante del dolore senza trucco, quello che si canta quando non resta più la voglia di fingere che vada tutto bene. Chi l’ha sentita davvero, in una sala in silenzio, sa di cosa parlo. Chi no, farà fatica a credere che una voce possa fare questo.

Cos’è la seguiriya

La seguiriya è uno dei palos più antichi e più seri del flamenco. Appartiene al cante jondo, il canto profondo, e al suo interno occupa un posto speciale: è quello che si spinge più in là nell’espressione della sofferenza. La pena, il lutto, la morte, l’abbandono. In una seguiriya non è possibile alcuna allegria, ed è proprio questa la sua grandezza.
Si canta lentamente, con la voce spezzata, strappando ogni verso come se costasse. Non cerca di mettersi in mostra né di piacere. Cerca di dire la verità, anche quando la verità è brutta. Per questo molti aficionados la considerano la vetta del cante: quando un cantante la esegue alla perfezione, nessuno in sala resta indifferente.

Seguiriya o seguidilla: perché si confondono

È uno dei dubbi più tipici, e ha la sua logica. I nomi si somigliano moltissimo e, di fatto, sono imparentati. La seguiriya flamenca discende dall’antica seguidilla castigliana, una forma popolare che il flamenco trasformò completamente in qualcos’altro.
Ma oggi non sono la stessa cosa. La seguidilla è una forma poetica e musicale più ampia, presente in molti folclori spagnoli. La seguiriya, scritta così, è già il palo flamenco concreto: il cante jondo per eccellenza. Se qualcuno ti parla di una seguiriya in un tablao, parla di flamenco, non di versi castigliani.

L’origine della seguiriya

Come quasi tutto nel flamenco, l’origine della seguiriya si perde nella nebbia. Non c’è data né autore. Ciò che sembra chiaro è che nasce nel seno delle comunità gitane dell’Andalusia, tra Cadice, Jerez e los Puertos, in un qualche momento del XVIII o XIX secolo.
Cominciò come un canto quasi di lutto, legato ai momenti duri della vita. Con il tempo, le grandi voci la levigarono e le diedero la forma che conosciamo oggi. Ma la sua essenza non è cambiata: la seguiriya resta il luogo dove va il flamenco quando vuole parlare di ciò che fa male davvero.

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Cantaor y cajón marcando el compás de una seguiriya junto a una bailaora en un espectáculo de flamenco en directo en el tablao Cardamomo de Madrid

Il compás della seguiriya

Ecco una delle cose più curiose di questo palo. La seguiriya ha un compás di dodici tempi, come altri cantes, ma accentato in un modo così particolare da spiazzare persino i musicisti con buon orecchio. Non cade dove te lo aspetti. Oscilla, si contorce, gioca con il silenzio.
Per questo accompagnare una seguiriya ha tanto merito. Il chitarrista e il cantante camminano insieme su un terreno che sembra sempre sul punto di sfasarsi e non lo fa mai. Quella tensione è parte di ciò che la rende così ipnotica da ascoltare.

Seguiriya e soleá: le due grandi del cante jondo

Se dovessi tenere solo due palos per capire il cante jondo, sarebbero questi. La soleá e la seguiriya sono le due colonne su cui si regge la parte più profonda del flamenco, e spesso vengono nominate insieme.
La differenza sta nel carattere. La soleá è solenne, contenuta, quasi maestosa; la chiamano la madre dei cantes. La seguiriya è più estrema, più lacerata, più sull’orlo. Se la soleá è il dolore con dignità, la seguiriya è il dolore senza filtro. Entrambe sono vette, ma ti portano in luoghi diversi.

La seguiriya dal vivo in un tablao

Una seguiriya registrata va bene, ma le manca l’essenziale. Questo è un cante che ha bisogno del dal vivo, del silenzio della sala, del volto del cantante, di quella sensazione che ciò che stai vedendo non si potrà ripetere uguale mai più.
Dal vivo, a pochi metri, una seguiriya cantata bene ti lascia senza parole. Non serve intendersi di flamenco per percepirlo; il corpo lo capisce da solo. Se vuoi verificarlo, lo vivi in uno spettacolo di flamenco a Madrid, che è dove questo cante acquista tutto il suo senso.

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