El cantaor Antonio el Ciervo interpretando cante jondo en directo en el tablao Cardamomo de Madrid

Il cante jondo: cos’è e perché è l’anima del flamenco

C’è un momento, in certi spettacoli, in cui tutto si ferma. Il ballerino resta immobile, la chitarra si abbassa, e rimane solo una voce graffiata che tiene una nota impossibile. La pelle si accappona e non si sa bene perché. Quello, quasi di sicuro, è cante jondo. E benché sia tra noi da secoli, resta la cosa più difficile da spiegare del flamenco.

Cos’è il cante jondo

Cante jondo significa, letteralmente, canto profondo. E il nome non è un caso: è il ramo più serio e antico del flamenco, quello che va dritto alle grandi emozioni, senza ornamenti. Il dolore, la morte, l’abbandono, la pena nera. Non è musica per animare una festa; è musica per guardare in faccia ciò che fa male.
Si canta a voce nuda, spesso quasi senza chitarra, e richiede un tipo di abbandono che non tutti gli artisti hanno. Per questo, quando appare davvero, quando il cantante si svuota, sorge ciò che i flamencos chiamano duende: quel brivido che non si può fingere né provare.

Cante jondo e cante flamenco: sono la stessa cosa?

Non esattamente, e conviene chiarirlo perché si confondono molto. Il cante flamenco è l’insieme: tutti gli stili, dai più festosi ai più gravi. Il cante jondo è solo una parte, la più profonda di tutte.
In altre parole: tutto il cante jondo è cante flamenco, ma non tutto il cante flamenco è jondo. Delle bulerías allegre sono flamenco puro, ma non sono jondo. Una seguiriya che sembra strappata all’anima, sì. La differenza non sta nelle regole, sta nella profondità.

L’origine del cante jondo

Nessuno ha firmato l’atto di nascita del cante jondo, così la sua origine si ricostruisce a tentoni. Quel che si sa è che affonda le radici nell’Andalusia di secoli fa, nell’incrocio di culture che ha dato forma al flamenco: il gitano, l’andaluso, l’arabo, l’ebraico. Da lì è uscito un canto diverso da tutto il resto.
Ci fu però un momento chiave. Nel 1922, a Granada, Federico García Lorca e il compositore Manuel de Falla organizzarono il Concorso di Cante Jondo. Volevano salvare e nobilitare un’arte che vedevano a rischio di perdersi o di trasformarsi in spettacolo da taverna. Quel concorso mise il cante jondo sulla mappa seria della cultura spagnola, e da lì non si è più mosso.

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Il cantante el Cancu interpreta il cante jondo con la mano sul petto durante uno spettacolo dal vivo al tablao Cardamomo di Madrid

Il cantante el Cancu durante uno spettacolo di cante jondo al Cardamomo Flamenco Madrid.

I palos del cante jondo

Non tutti i palos del flamenco entrano nel cante jondo. Solo i più profondi, quelli che portano quel peso emotivo. Le principali sono tre famiglie:
La seguiriya, probabilmente la più straziante di tutte, il canto del dolore per eccellenza. La soleá, giustamente chiamata la madre dei cantes, solenne e profonda. E le tonás, martinetes e carceleras, canti primitivi che si facevano senza chitarra, a volte solo con il colpo del martello nella fucina. Attorno a loro ruotano altri palos imparentati, ma il cuore del cante jondo batte in questi.

Perché il cante jondo emoziona come nessun altro cante

Ecco la cosa curiosa: non serve capire le parole perché ti arrivi. C’è gente che non parla una parola di spagnolo ed esce da un tablao con gli occhi umidi dopo una seguiriya. Come si spiega?
Beh, non si spiega del tutto, ed è proprio lì che risiede parte della sua forza. Il cante jondo non cerca di piacere, cerca di smuovere. È una delle poche musiche che non chiedono il permesso per emozionarti. La voce si spezza di proposito, va agli estremi, e il corpo risponde prima che la testa capisca alcunché. Quello che stai ascoltando sono secoli di gente che cantava ciò che le faceva più male.

Il cante jondo dal vivo in un tablao

Per quanto se ne legga, il cante jondo non si capisce finché non lo si ha davanti. In una registrazione perde la metà; gli manca il silenzio della sala, il respiro del cantante, quella tensione di non sapere fin dove arriverà la voce.
Dal vivo, a pochi metri, è un’altra cosa. Ed è probabilmente il modo migliore di capire di cosa parliamo quando parliamo dell’anima del flamenco. Se ti va di viverlo, lo trovi in uno spettacolo di flamenco a Madrid, dove il cante jondo si vive come va vissuto: a nudo.

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