Se c’è un palo che riassume l’anima del flamenco, è questo. La soleá non è la più veloce né la più vistosa, ma è la più profonda: quella che i flamenchi chiamano “la madre” dei cantes. Ascoltarla ben cantata è affacciarsi sul cuore stesso dell’arte jondo.
Cos’è la soleá nel flamenco
La soleá è uno dei palos fondamentali del flamenco, un cante grande, serio e solenne accompagnato dalla chitarra che serve anche per il ballo. Il suo nome viene da “soledad” (solitudine), e non è un caso: nel suo testo e nella sua melodia abita una malinconia profonda, quella di chi canta ciò che gli pesa dentro.
È conosciuta anche al plurale, soleares, perché non è un cante unico ma tutta una famiglia di stili dalla radice comune. Ma tutti condividono quella gravità, quell’aria di verità senza ornamenti che la distingue dal resto.
L’origine della soleá
La soleá nacque nella bassa Andalusia nel corso del XIX secolo, tra Siviglia e Cadice, nel cuore dell’Andalusia flamenca. Triana, Utrera, Lebrija, Alcalá, Jerez, Los Puertos… ogni terra affinò il proprio modo di dirla, ed ecco perché esistono tante soleares quanti sono i paesi che la custodirono.
Si ritiene che si sia evoluta a partire da cantes e balli festivi più antichi, divenuti man mano più lenti e più seri fino a cristallizzarsi in ciò che oggi conosciamo. Da cante per ballare divenne cante per ascoltare, e lungo quel cammino guadagnò tutta la sua profondità.
Il compás della soleá: struttura e ritmo
La soleá si muove in un compás di dodici tempi, lo stesso scheletro ritmico condiviso da altri grandi palos come la seguiriya o le bulerías, anche se ciascuno lo accenta a modo suo. Nella soleá, gli accenti cadono sui tempi 3, 6, 8, 10 e 12.
Quel compás di dodici è la colonna vertebrale del flamenco, e padroneggiarlo richiede anni. Per questo, quando un cuadro entra a compás por soleá e tutto combacia — chitarra, cante, palmas e ballo —, accade qualcosa di difficile da spiegare a parole: bisogna sentirlo.
Caratteristiche del cante por soleá
La soleá è un cante pacato, maestoso, che dà al cantaor tutto lo spazio del mondo per brillare. Nessuna fretta. Ogni tercio si distende, si sostiene, si lascia cadere. È un cante che esige verità: non ammette il trucco né l’ornamento vuoto, perché si nota subito.
Nel ballo, la soleá por bulerías e la soleá ballata richiedono temperamento ed eleganza, quel dominio del corpo che sa quando fermarsi e quando esplodere. È uno dei cantes che meglio separano l’artista da chi fa solo passi.
La soleá e il suo rapporto con altri palos
La soleá è la grande matriarca. Da essa attingono molti altri palos: la cañá, il polo, e soprattutto le alegrías e le cantiñas, che sono in fondo il suo volto luminoso e festoso. E insieme alla seguiriya forma la coppia più solenne del cante jondo, le due vette della profondità flamenca.
Capire la soleá significa, in buona misura, capire da dove vengono quasi tutti gli altri. Per questo gli aficionados la chiamano “la madre”: perché in essa risiede il germe di tanto.
La soleá dal vivo: come si vive in un tablao
Registrata, la soleá emoziona. Dal vivo, travolge. Quando in un tablao un cantaor attacca por soleá e il luogo ammutolisce, si capisce di colpo perché questo palo è ciò che è: la voce riempie lo spazio, la chitarra sostiene, e il tempo sembra fermarsi.
Al Cardamomo, punto di riferimento del flamenco a Madrid dal 1994, la soleá è uno di quei momenti che lasciano il segno. Ascoltarla a pochi metri, senza microfoni di mezzo, è il modo migliore di capire perché è considerata il palo più profondo del flamenco. Vieni a sentirla dal vivo.